Dai tuoi occhi solamente
Francesca Diotallevi, Neri Pozza

Dai tuoi occhi solamente
Francesca Diotallevi, Neri Pozza

Dai tuoi occhi solamente di Francesca Diotallevi

Edizioni Neri Pozza

Recensione
La giovane autrice milanese Francesca Diotallevi, dopo il successo di “Dentro soffia il vento”, si è messa alla prova con una biografia romanzata sulla vita di una delle grandi artiste “invisibili” del XX secolo: Vivian Maier, “la tata che ha cambiato, con dedizione silenziosa, la storia della fotografia”.

Non conoscevo questa artista e apprezzo il fatto che Francesca Diotallevi abbia deciso di scrivere questa biografia su di lei, una fotografa della cui vita privata si conosce poco o nulla. Per lei oggi parlano circa le 150.000 fotografie, tra stampe, negativi e rullini mai sviluppati, scoperti per puro caso solo dopo la sua morte, avvenuta nel 2009 a ottantatre anni.

Vivian Maier ha trascorso tutta la sua vita ad osservare le esistenze degli altri, senza che mai nessuno guardasse nella sua direzione. Dai suoi autoscatti emerge l’immagine di una donna semplice, spigolosa, imperscrutabile.

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Una figura anonima che scivolava come un’ombra sull’esistenza altrui. Aveva imparato a catturare la sua immagine sfruttando il riflesso di vetrine e specchi, inserendosi come soggetto nelle fotografie. Un fatto inusuale per quei tempi, una visione moderna che ha caratterizzato tutto il suo lavoro.

Schiva e riservata, Vivian Maier ha sempre svolto lavori umili e faticosi. Prima come operaia e in seguito come tata, e la fotografia era l’unica maniera per evadere dalla sua vita, una passione che le è stata trasmessa da una cara amica, Jeanne Bertrand, anche lei fotografa.

Francesca Diotallevi si è ispirata alle poche e frammentarie informazioni reperibili sulla vita della Maier; e studiando a fondo il suo vasto repertorio fotografico è riuscita a risalire o per lo meno ad intuire le tappe fondamentali della vita di questa grande artista. Partendo dalle immagini è giunta alle parole, alla storia di una bambina di origini francesi, costretta fin da piccola a vivere nella paura e subire quotidianamente la rabbia di sua madre, una donna delusa dalla vita e ferita negli affetti.

L’infanzia di Vivian non è stata semplice, la miseria e la tristezza l’hanno profondamente segnata, tanto da rifiutare da adulta ogni contatto umano. Le uniche due figure positive della sua infanzia erano la nonna materna e Jeanne Bertrand.

“Ricordava con estrema nitidezza il momento in cui le aveva messo in mano per la prima volta una macchina fotografica, donandole uno scopo, salvandola dal supplizio di un’esistenza priva di autentica passione”.

Jeanne Bertrand è l’unico legame che non rinnegherà mai, l’unica a cui ha concesso l’onore di visionare parte del suo lavoro. Un rapporto che è riuscito a sopravvivere alla distanza e al dolore della perdita, paragonabile solo all’amore di una figlia per una madre.

Jeanne le ha insegnato che attraverso la macchina fotografica è possibile esorcizzare il suo mondo interiore che andava in pezzi, perché solo lei era in grado di comprendere il suo malessere così simile al suo, perché erano entrambe vittime di un destino crudele. Quella donna aveva toccato il suo destino con il più prezioso dei doni: la capacità, ogni volta che guardava in una macchina fotografica, di rinnovare la sua conoscenza del mondo. Di comprenderlo, di esorcizzarlo. Di farlo suo.

Animata da intuito, prontezza, curiosità, Vivian Maier  “ferma” con la sua lente la società e le espressioni del suo tempo e racconta attraverso i suoi scatti delle storie, perché sa osservare ed ascoltare con i suoi occhi sempre pronti a cogliere ogni sfumatura dell’anima. Nascondendosi dietro la macchina fotografica Vivian tenta di sfuggire il passato che non l’abbandona mai, perché il passato ha radici inestirpabili che si intrecciano al presente.

Durante l’adolescenza decide di recidere ogni legame con la propria famiglia, da cui ha ricevuto solo dolore e delusione. Una scelta che metterà fine ai continui soprusi di sua madre. Da lì in poi per Vivian inizia una nuova fase della vita, lavora come bambinaia e nel suo tempo libero vaga per la città, viaggia e fotografa il mondo bizzarro che la circonda, con lo sguardo a scandagliare persone o cose, e sempre con la sua Rolleiflex al collo, perchè solo la fotografia le dà una ragione per esistere.

Francesca Diotallevi ripercorre con perizia il vissuto di Vivian, si fa lei stessa Vivian, ci racconta e si racconta non solo attraverso i suoi scatti, ma soprattutto con i suoi occhi. Vivian non decide cosa o chi fotografare, agisce sempre d’impulso, asseconda questa sua necessità come una sete che deve essere placata.

Le sue fotografie sono istanti che lei ferma nel tempo, per farli suoi, li custodisce gelosamente; ricerca in maniera ossessiva ciò che annoda famiglie, amanti o sconosciuti che incrocia per la strada, tentando di trovare negli altri ciò che non può desiderare per se stessa.  Ama fotografare soggetti inconsapevoli, che ignorano la sua presenza, mai in posa per non perdere il senso della fotografia. Perché le storie sono lì sui loro volti, ha imparato con il tempo a decifrare gli sguardi, a leggere le pieghe della pelle. Per Vivian ogni scatto rappresenta una storia, ama stringerla tra le mani, custodirla, le fa compagnia e dà un senso alla sua solitudine.

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Non si è mai concessa di vivere l’amore, neanche con l’unico uomo che è riuscito a “vederla, a comprenderla”. Una rinuncia dolorosa ma necessaria, perchè niente può lenire il dolore che si porta dentro.

Per tutta la vita non mostrerà a nessuno il suo lavoro, non svilupperà i rullini, perché teme anzi sa che non ritroverà nelle stampe quell’istante perfetto, quell’emozione che l’ha spinta a scattare e fermare nel tempo quell’immagine.

Vivian è anche una accumulatrice compulsiva, raccoglie oltre le immagini anche pile di giornali, perché tutte le storie del mondo trovano in lei il conforto di non essere dimenticate. Eppure alla fine dei suoi giorni questa ineguagliabile artista si domanderà: “Chi sarebbe stato in silenzio e con occhi umidi accanto alla sua tomba? Chi avrebbe inciso parole dolenti sul marmo di una lapide, affinché tutti sapessero che l’esistenza non era stata vana, che qualcuno l’amava?”.

Alla fine il peso della solitudine si fa sentire, morirà nell’anonimato e solo il caso le renderà giustizia portando alla luce tutto il suo lavoro e il suo immenso talento.

È andata oltre, ha scavato la superficie, grattato la patina, ha lasciato un segno tangibile, una traccia del suo passaggio. Alla fine ce l’ha fatta, nonostante tutto, ha urlato la sua presenza al mondo, lasciando in eredità la sua visione, il suo modo di interpretare la realtà.

Libro semplicemente bellissimo. Scritto divinamente, accogliente, interessante, suggestivo. Lo colloco tra i miei libri preferiti.

Con questo romanzo ho ritrovato la vera anima della Neri Pozza, titoli e autori di qualità e classe da vendere.

Scheda dell’editore

New York, 1954. Capelli corti, abito dal colletto tondo, prime rughe attorno agli occhi, ventotto anni, Vivian ha risposto a un’inserzione sul New York Herald Tribune. Cercavano una tata. Un lavoro giusto per lei. Le famiglie l’hanno sempre incuriosita. La affascina entrare nel loro mondo, diventare spettatrice dei loro piccoli drammi senza esserne partecipe, e osservare la recita, la pantomima della vita da cui soltanto i bambini le sembrano immuni.

La giovane madre che l’accoglie ha labbra perfettamente disegnate con il rossetto, capelli acconciati in onde rigide, golfini impeccabili. Dietro il suo perfetto abbigliamento, però, Vivian sa scorgere la crepa, il muto appello di una donna che sembra chiedere aiuto in silenzio. Del resto, questo è il suo lavoro: prendersi cura della vita degli altri.

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L’accordo arriva in fretta. A lei basta poco: una stanza dove raccogliere le sue cose; una città, come New York, dove potere osservare le vite incrociarsi sulle strade, scrutare mani che si stringono, la rabbia di un gesto, la tenerezza in uno sguardo, l’insopportabile caducità di ogni istante. Ed essere, nello stesso tempo, invisibile, sola nel mare aperto della grande città, a spingere una carrozzina o a chinarsi per raddrizzare l’orlo della calza di un bambino.

Scrutare i gesti altrui e guardarsi bene dall’esserne toccata: questa è, d’altronde, la sua esistenza da tempo. Troppe, infatti, sono le ferite che le sono state inferte nell’infanzia, quando la rabbia di un gesto – di sua madre, Marie, o di suo fratello Karl, animati dalla medesima ira nei confronti del mondo – si è rivolta contro di lei.
Sola nella camera che le è stata assegnata, Vivian scosta le tende dalla finestra, lancia un’occhiata al cortiletto ombroso e spoglio nel sole morente di fine giornata, estrae dalla borsa la Veronasua Rolleiflex e cerca la giusta inquadratura per catturare il proprio riflesso che appare contro l’oscurità del vetro.

È il solo gesto con cui Vivian Maier trova il suo vero posto nel mondo: stringere al ventre la sua macchina fotografica e rubare gli istanti, i luoghi e le storie che le persone non sanno di vivere.

L’autrice

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Dopo Dentro soffia il vento, Francesca Diotallevi dà un’ulteriore prova del suo talento con uno struggente, autentico romanzo sulla vita di una delle grandi artiste «invisibili» del xx secolo: Vivian Maier, la « tata che ha cambiato, con dedizione silenziosa, la storia della fotografia» (Vanity Fair).
Francesca Diotallevi 
è nata a Milano nel 1985. È laureata in Scienze dei Beni Culturali. Tra le sue opere Le stanze buie, Amedeo, je t’aime e il racconto pubblicato in e-book Le Grand Diable, prequel di Dentro soffia il vento.

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