Pollo alla Marengo
di Elisa Origi

Pollo alla Marengo
di Elisa Origi

Traballa, lei. È in punta di piedi e i suoi piedi sono piccini. Ha dodici anni. È mia madre.

All’asse da stiro non ci arriva, per questo si allunga con tutto il corpo premendo con gli alluci su un predellino in ferro. Al suo fianco si innalza una piramide di fascette lunghe e ingarbugliate. Sono cinture da donna. La piccola equilibrista dovrà ricoprirle interamente di Terital entro sera. Sono tantissime e il risultato dovrà essere perfetto. Ma chiunque, tra chi la conosce, scommetterebbe su di lei e sulla sua tenacia.

Ogni tanto fingo di aver dimenticato qualche dettaglio di questa mia piccola storia familiare. Allora vado a casa dei miei genitori, apro il suo libro di ricette e mi invento una domanda su un ingrediente che mai acquisterò – mamma, ma tu ce lo metti il pepe verde sul pollo alla Marengo? Una foto sguscerà da quelle pagine, io dirò qualcosa del tipo ma guarda qui, come somigli al mio Aldo! E quando avevi questa età, in quella fabbrica – te lo ricordi, vero, quando lavoravi in quella fabbrica, a Pioltello – ecco, che odore aveva il Terital?

Lei mi sorride, anche questa volta le mie domande le fanno tenerezza e le consigliano ritrosia. Siamo sedute in cucina. Per lei il pepe è solo nero e io non sto a farle capire quanto nei suoi aneddoti ci sia l’impronta di un’Italia che pulsa nel boom economico e maldestro dei primissimi Anni Sessanta, o quanta malinconia si sprema nel mio cuore a sentir parlare di un bambino che deve lavorare – pur con molti altri – in un pesante reparto di produzione industriale.

Ma soprattutto, non sto a spiegarle che nella sua storia è scritta la mia storia.

L’odore del Terital oggi non se lo ricorda. Altre volte mi aveva parlato di un’esalazione amara, come di zucchero abbrustolito.

La sera sta calando dentro la finestra. Io realizzo che dovrei andare. Ho da fare, ho un sacco di cose da fare. Ho sempre un sacco di cose da fare e ne provo una grande insofferenza. Nascondo il mio orologio sotto il polsino di un dolcevita bugiardo: non mi ero mai accorta che un po’ mi pizzicasse qui, dietro il collo.

Vai avanti, mamma, non ti fermare. Tu racconta. Non è tardi, e non c’è nulla di troppo ruvido a cui permetteremo di disturbarci.

Sì, certo che me lo ricordo che per fare la pipì dovevi alzare la mano. Certo che non l’ho dimenticato che c’era un signore che chiamavi tempista e che ti scortava in bagno per assicurarsi che tu non ci impiegassi troppo. Però era un tipo buono, lui, sì, che ti teneva sempre da parte un po’ di Glysolid per quando quelle manine erano così screpolate che la stoffa ti ci si impigliava dentro.

Allora te le riguardo le mani, ancora così minute e penso a quello che avrebbero potuto essere un tempo. Le mani ce le fissiamo reciprocamente, ora. Scoppiamo a ridere. Mamma, ma tu come hai fatto a farmi lunga un metro e settanta? Lei gongola un pochino in tutto il suo metro e cinquantaquattro. Ci conta di avermi dato di più di quanto sia toccato in sorte a lei. Tu che hai studiato leggimi qui è la frase che più la riempie di consolazione. Ma lei non sa che io ho letto molto meno di quanto vorrei e di quanto oggi posso, e che di scoprire, cambiare e viaggiare non bisognerebbe smettere mai.

Le lascio completare la descrizione del segreto per dorare a regola d’arte il pollo alla Marengo. La ascolto in ogni dettaglio, appunto tutto dove mai nessuno potrà cancellarlo. E lo so che non cucinerò mai quel pollo.

Ma non hai avuto paura di non riuscire a trovare un altro lavoro, quel giorno? – mi va di indagare in ultimo.

Nemmeno per sogno! Le bambine le pagavano anche di più, perché erano svelte e solerti. Così quel pomeriggio lei, trotterellando, aveva riposto tutto con cura. Non avrebbe mai abbandonato la postazione senza aver terminato la sua consegna quotidiana. Poi aveva ripulito il suo piano, e salutato tutti. Le donne l’avevano guardata con dolcezza e un senso di rivalsa negli occhi. Mia madre aveva trovato nel giro di poche ore un posto di lavoro migliore. Più pagato, più vicino a casa. Senza tempista. Un lavoro che avrebbe sfruttato una manodopera infantile, certo. Ma anche un’occasione per fare una scorta di orgoglio capace di durare per una vita intera. Se le cose fossero andate storte, mia madre avrebbe dovuto affrontare l’ira paterna. Ma la sera, a far da sottofondo al resoconto della sua eroica impresa, fu solo il bel tintinnare di una busta paga più gonfia.

Mia madre non ha mai più lavorato dopo che si è sposata. A ricordarle di essere una persona valevole e caparbia ci sarebbe stato per sempre quel glorioso ricordo.

Io non ho un tempista nel mio lavoro, ma non ci provo nemmeno a dirle quanto tutto sia maledettamente più difficile. Preferisco salutarla e lasciarle credere che per me sia diverso e più roseo solo perché ho una laurea (una ormai buffa ed evanescentissima laurea in lettere) e non ho bisogno di proteggere la pelle delle mani con della glicerina in crema.

Mamma, vado, le dico. Rigiro gli angoli della sua foto in bianco nero ancora per un attimo, fra i polpastrelli. Mi perdo nel piglio deciso che le si spalma sul muso in quell’immagine e che spero si sia stampato un pochetto anche tra i miei geni.

Allora davvero, ciao, mamma! Ecco, la tua foto la rimetto qui, così ci fa sempre da segnalibro. Se faccio in tempo a cucinare la provo la ricetta che mi hai passato. Ma dico una bugia. Al supermercato il banco del pollo allo spiedo sarà il primo che punterò.

Autrice

Elisa Origi

Elisa Origi, esordisce con una raccolta di racconti dal titolo “Lucore“. Classe 1976, diploma di maturità classica e laurea in Lettere Moderne, giornalista, lavora come specialista in comunicazione d’impresa e pubbliche relazioni: abita a Cardano ma è originaria di Gallarate.

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